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Attualità dalle nostre missioni
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Esperienza di Michele Resta nella Repubblica Democratica del Congo DATE VOI STESSI DA MANGIARE! La Luce guardò in
basso e vide le Tenebre:
Mi ha sempre colpito la caparbietà del bene. Il vero bene è testardo e determinato. Dove vede il male dice: “Là voglio andare!”. Bene, questo sentimento mi ha spinto a mettere in moto la macchina del gruppo partente per il Burundi. La provocazione non è mancata: festeggiare il 25° di sacerdozio di Mons. Protasio Nkurikiye. Sollecito qualcuno della comunità parrocchiale, in primis il parroco, don Giuseppe. Devo dire che la cosa è presa troppo sul serio: si consolida un gruppo di sette persone che attraverso un percorso formativo, biglietti e vaccini si prepara con tanto impegno alla partenza. Finalmente eccola, il 16 agosto. Non è più un fatto personale, una chimera individuale, ma una comunità che manda una parte di sè in missione. Siamo sette che partiamo in missione. Missione! Parola forse troppo impegnativa data la brevità dell’esperienza: solo quindici giorni in Africa. Tuttavia il senso del nostro andare è sempre quello della missione. Tocchiamo terra burundese la mattina del 17 agosto e già un fatto ci destabilizza e ci mette in stato di disagio: all’aeroporto di Bujumbura, la capitale del Burundi, non troviamo i nostri bagagli. Restiamo quasi per tre giorni prima di recuperali tutti quanti. È un segno di azzeramento, un resettare, un ricominciare dal poco che abbiamo e dal niente che siamo. Questa precarietà iniziale è segno premonitore dell’esperienza che stiamo per vivere: l’estrema povertà materiale. Povertà d’acqua, povertà di cibo, povertà di servizi igienici, povertà di corrente elettrica. “E’ un miracolo che questa sera ci sia la luce! Forse è un regalo per la vostra presenza!” ci dice tutto contento il padrone di casa, Mons. Protasio. Pensate, noi armati di apparecchiature tutte caricabili elettricamente (telefonini, macchinette fotografiche, videocamere, pc portatili e persino la moka per il caffè), messi in ginocchio e nudi di fronte alla realtà. La maggior parte delle giornate le trascorriamo all’interno, nei villaggi, a Kanyinya, circa 250 Km dalla capitale. Un dato impressionante che balza subito agli occhi del visitatore estraneo è la quantità di gente che ai bordi della strada cammina a piedi o in bici per raggiungere chissà quale meta. Molti, tanti bambini, scalzi corrono dietro la nostra jeep che ci porta nei villaggi, a piedi nudi gridando “Bonbon!” cioè “Caramelle!”. Appositamente ci fermiamo a visitare un villaggio Batwa, una minoranza etnica dalla statura bassa. Qui i bambini si mimetizzano con la terra rossiccia e gli alberi di banane. Vedo gli uomini a gruppi che parlano seduti sulla pietra e ci osservano, le donne lavorano; “dipinte” da parei così sgargianti che sembrano fatti con l’evidenziatore; ritte sulla colonna vertebrale trasportando il bimbo in spalla e le ceste, le fascine di legna, i sacchi di mais sulla testa… La donna è la protagonista assoluta del quadro sociale del villaggio, è la madre del futuro. Donne che trasportano l’acqua, donne che trasportano di tutto, donne che allattano, donne che lavorano il campo, donne belle e formose, donne vere, già donne, già madri a 15 anni, donne che educano i figli, donne silenziose custodi della loro quotidianità, di tutto il bello e il brutto di ogni giorno. I bambini non li vedi mai soli, mai una volta che ne becchi uno escluso o isolato: sono sempre in gruppo…Contenti; ci sorridono e l’obiettivo è la fine della giornata. Non importa se mangeranno o cosa mangeranno, in quelle costruzioni in fango, in condizioni igieniche pietose. La nostra visita al lago Chaoha fa da sfondo a questo scenario di umanità abbandonata. Questo lago sta al confine con il Ruanda. Qui troviamo un gruppo di giovani, ragazze e ragazzi, elettrizzati di gioia alla vista dei nostri aggeggi fotografici. Risate a non finire nel vedersi fotografati e ripresi dalle nostre videocamere. Una ragazza, molto esibizionista si butta nel lago tutta vestita. Un luogo emblematico di questo abbandono, un grande contenitore della “spazzatura” umana, io lo definirei un buco nell’acqua dove l’aria, quella poca aria, è pregna di santità, è l’orfanotrofio gestito dalle suore di Madre Teresa di Calcutta. Con la logica evangelica della goccia nell’oceano ogni giorno queste suore aiutate da volontarie cercano di strappare alla morte il futuro del Burundi. I nostri occhi di piccola comunità parrocchiale missionaria si sentono smarriti alla vista di 120 bambini in cerca di affetto concreto. Vorremmo portare via, in adozione, qualcuno di questi bambini. Troppo bello ed esotico! Ma l’amore non strappa, non porta via e a volte è costretto allo “stabat mater”. Lo stesso governo burundese scoraggia l’espatrio di giovani vite e favorisce le adozioni a distanza. Come nascondere sentimenti contrastanti? Intanto prendiamo in braccio qualche bambino manifestando tenerezza e gioia nel contatto umano, mentre ancora ci interroghiamo: “Cosa siamo venuti a fare in Burundi?”. “Abbiamo fatto una partenza! Partiti da chi? Per dove?” Grazie, fratello parroco, che ci riporti alla motivo originario di questa partenza del cuore : siamo venuti in Burundi per condividere tutto! Noi cristiani siamo abituati a condividere le sofferenze del mondo, siamo avvezzi alle dinamiche della condivisione fraterna. Generosi e pronti a dare ci affascina la figura del Cireneo. Qui, in questi villaggi del nord Burundi, tra questa gente nata per l’accoglienza umana, dimentico il pietismo cristiano e divento uno di loro. Sono pochi i testimoni che ci hanno messo nel DNA la condivisione della gioia, la condivisione della festa. In Burundi fare festa è il senso della vita e per tenere in piedi questo senso si muove la macchina del comitato parrocchiale dei festeggiamenti che coordina tutto, dal coro ai danzatori, dal baldacchino delle autorità al servizio pasti e bevande… Già, bevande! Non svuotare il tuo bicchiere della “Primus” (la birra di produzione locale) se non vuoi vederlo immediatamente e nuovamente riempito. Abbiamo condiviso la gioia della S. Messa, molto partecipata. La Messa dura tre ore e di questo ci rendiamo conto solo al termine. Trascorriamo altre tre ore nell’allegria dei discorsi di augurio, nella consegna dei doni e finalmente nel mettere qualcosa sotto i denti: niente a che vedere con i nostri pranzi di matrimonio al ristorante! Tutto si svolge come su di un palcoscenico. Siamo lì, accanto a tutte le autorità religiose e civili. C’è persino il presidente della Provincia di Kirundo. A pochi metri un recinto di poliziotti. Aldilà del recinto la gente, la semplice gente che attende di essere chiamata in causa. Non è ancora tempo. Oggi è la festa dei grandi. Domani è la festa dei piccoli. Infatti ogni avvenimento è ben scandito da tempi, lunghi, pazientosi, a volte logoranti, ma ogni cosa ha il suo tempo. L’indomani è la festa della collina. Tutti gli abitanti della collina senza alcun invito e con sommo diritto partecipa alla festa di Mons. Protasio. Giunti alla fine dell’interminabile messa proviamo ad uscire dalla chiesa. Qui avviene l’impensabile: siamo letteralmente stretti dalla morsa umana della presenza di tanta gente, piccoli e grandi, che con sguardi e contatti fisici ci mettono a muro. Senza pensare tanto mi viene spontaneo mettermi a cantare la nostra impotenza davanti a una folla così grande e bisognosa: “Dove troveremo tutto il pane per sfamare tanta gente!!!”
Sguardi, pensieri, sentimenti, emozioni, odori e respiri necessitano tempi e spazi molto grandi per essere raccontati. Ma l’incapacità di comunicare a parole quella che per me è stata la missione in Burundi è molto grande. Solo le immagini potrebbero avvicinare il cuore e la mente alla conoscenza di ciò che abbiamo visto. In questo tempo dopo il viaggio, interpretando i sentimenti degli altri compagni di viaggio, posso dire che l’esperienza vissuta è troppo forte e sconcertante che esige i suoi tempi di “ruminazione”. Oggi lasciatemi riflettere, nel silenzio della mia quotidianità ridimensionata, e dove tutto ormai è relativo, l’immagine in cui mi sono visto in quei giorni in Burundi: “un torso di mela rosicchiato!” e una voce che ancora mi dice: “Date voi stessi da mangiare!” Una partenza nella partenza, una chiamata nella chiamata: così chiamo il nuovo viaggio in Congo. Io ed Enza, “inzuppati” di missionarietà oblata, all’interno dell’Istituto secolare delle Cooperatrici Oblate Missionarie dell’Immacolata, le COMI, nel bel mezzo dei festeggiamenti a Mons. Protasio, ci distacchiamo dal Burundi per un’altra partenza. Da tempo in me c’era il desiderio di condivisione della missione dell’Istituto, anche se solo por pochi giorni. Ora è possibile! Partiamo la notte del 24 agosto e prima di mezzogiorno siamo a Kinshasa dopo aver fatto scalo a Nairobi, in Kenia. L’arrivo all’aeroporto non è tanto soft. Incontriamo l’uomo mandato dalle COMI, un vero e proprio angelo custode, il quale ci aiuta nell’operazione, piuttosto caotica, del ritiro dei bagagli, questa volta arrivati tutti, per fortuna. Scene da mercato coperto, tipi massicci, iracondi, maneschi, cercano di accaparrarsi i bagagli. Vivo a pelle l’impatto duro con il Congo in questi primi momenti della nuova missione. Clima grigio e fosco. Qui non vedremo il sole per tutto il tempo del nostro soggiorno. Kinshasa si presenta come una Milano africana. Caotica e disorganizzata, dà l’impressione di essere un’enorme periferia e anche il centro sembra una periferia. Grandi alberi abbattuti lungo tutti i boulevards che attraversano questa capitale. Ai bordi della strada asfaltata sabbia grigia, spazzatura, discariche e scoli di fogna a cielo aperto. Le strade sono piene di gente che vende qualsiasi cosa, dal fufù preparato con farina di manioca che viene considerato il piatto nazionale, a piccoli spiedini di carne e filoncini di pane passando per sigarette e magliette cinesi, senza dimenticare gli immancabili cambisti, pieni di dollari e franchi. Le macchine, carcasse vaganti, sono delle boîtes strapiene di “sardine” umane. A normalizzare il traffico ci pensa l’anarchia più sfrenata e ai bordi delle strade la gente corre trainando carriole arrugginite, una specie di risciò africani, stracarichi di ogni cosa. Finalmente arriviamo alla casetta delle COMI, posta al primo piano, nel quartiere di Bon Marchè. Ci sentiamo subito a casa, non solo per il discorrere in italiano, ma anche per l’ambiente domestico dotato dei semplici, necessari oggetti d’arredo che fanno dignitosa ed igienica la casa (scaldino, bidet, appendi abiti, ecc.). E’ la bellezza della presenza femminile. Antonietta, la COMI delegata dell’Oasi di Kinshasa, ci dà immediatamente le coordinate geografiche, sociali ed economiche utili per collocarci in questo nuovo contesto. La Repubblica Democratica del Congo è uno dei paesi più poveri al mondo, con un indice di sviluppo demografico vorticoso e con un livello di vita umano estremamente basso. I principali indicatori, generalmente utilizzati per misurare il livello di performance dei paesi sotto vari aspetti (economia, salute, istruzione, alimentazione, infrastrutture, ecc.) lo pongono al 167° posto su 175 paesi. Questa situazione è aggravata dalla mancanza di un governo di diritto e da una crisi politica che dura da più di quindici anni e che ha provocato guerre, saccheggi, atrocità, fenomeni di esodo di massa dalle zone più a rischio. Kinshasa: un gran minestrone di razze umane, un grande crocevia di mescolanze etniche, c’è spazio per tutti e, come ogni megalopoli, relazioni distaccate ed indifferenti. Ho l’impressione di perdere il senso della realtà, poiché vedo il bianco e il nero, uomini in giacca e cravatta che passerebbero inosservati nella metropolitana di Roma e straccioni che setacciano mucchi di spazzatura; panciuti uomini di qualche impresa belga rigorosamente con doppio cellulare alla cintura e bambini che nella melma delle pozzanghere fanno immersione nel tentativo di riparare qualche tubo; affaristi libanesi che hanno in mano il commercio del paese e centinaia di bambini spaccapietre ai bordi delle grandi arterie che vanno in periferia. Qui l’interrogativo sul senso del nostro stare in Congo diventa più insistente: che ci stiamo a fare in questa metropoli africana? Non c’è già tanto da fare nelle nostre piccole e grandi città? Questi dubbi del banale buon senso comune mi sviano per un attimo dall’originaria scelta di vita. Quando uno sceglie uno stile di vita il fare non solo sottosta all’essere ma si insinua minaccioso come elemento critico rinunciatario, insomma si trova sempre un alibi per non essere ciò che si è. Mi sto rendendo conto che sto usando forzatamente uno “scavatore” per questa riflessione profonda. Mi basta pensare che la missione trova senso e fine ultimo nella comunione. La missione è quell’attività di sempre, di chiunque, di dovunque, per chiunque, privilegiando gli ultimi, e da chiunque svolta nella comunione. L’appartenenza all’Istituto secolare delle COMI, la comunione con ognuna di loro ed in modo particolare con le “punte di diamante” che sono le missionarie, in tutto questo trovo motivo di confermare maggiore attenzione a questo nostro viaggio in Congo. Maggiore attenzione, il “magis” corroborante che va oltre la mediocrità del “mi basta vedere”. In comunione con gli altri ausiliari dell’Istituto, che materialmente mi hanno dato la possibilità di questo viaggio, mi sono sentito mandato, inviato. Ecco Siloe, che significa, manco a farla apposta, l’inviato. Siloe era il proprietario della piscina presso cui Gesù invitò il cieco a lavarsi gli occhi, dopo averglieli spalmati di fango; cosa che egli fece, acquistando la facoltà di vedere. A parte l’evidente simbologia che accosta il Cristo ("l’inviato" per eccellenza) alla radice del termine Siloe, nonché l’acqua della piscina a quella del rito battesimale che dona l’illuminazione, ancora di più ha senso il Centro Siloe, cioè il luogo collocato in uno dei quartieri più poveri di Kinshasa, Selembao, dove il carisma missionario, mariano, cristocentrico dell’Istituto viene incarnato nel servizio agli ultimi. Un centro sanitario che visitiamo il 26 agosto. Oggi è la giornata di apertura ai bambini malnutriti. Qui per un lungo periodo i bambini fanno una costante consultazione pre-scolare, cioè vengono pesati e quando ci si rende conto che il peso non corrisponde alla normalità vengono inseriti in un programma di nutrizione programmata. Man mano che arrivano le mamme si sistemano con i loro bambini sotto la tettoia, nell’atrio del Centro. Intanto mi faccio un giro di videocamera nei diversi ambienti che compongono il Centro: l’amministrazione, la reception, l’ambulatorio medico per i malati di tubercolosi, la farmacia. Rimango letteralmente allibito davanti alla povertà ed angustia della stanza (sgabuzzino) travaglio, scarsamente illuminata, mancante di due infissi. Ci sono due mamme distese con i loro bambini su due specie di lettini. Uno di questi due bambini è nato mezz’ora prima che arrivassimo. In un’altra stanza alcuni attrezzi rudimentali mi indicano che è la sala parto. Qui tutto è partito!!! Si vedono i segni di sfondamento dei gomiti sui due lettini. Per completare il giro c’è un’altra stanza, quella delle brevi degenze. Qui ci sono sei mamme con i rispettivi bebè. Inizia la pesa e quest’operazione con tutti gli effetti sonori delle grida e pianti dei bambini mi riporta alla mente la tosatura delle pecore. A turno ogni bambino viene imbracato ed appeso alla bilancia pendente dalla tettoia. Al momento della distribuzione delle porzioni di mais e soia di solito avviene un grande e disordinato movimento di tutte le mamme per accaparrasi il prezioso cibo. Oggi sono lì, sedute sulle panche, ad aspettare il proprio turno. Forse la nostra presenza incute paura e rispetto. “Siamo dei bianchi o gli ispettori dell’ufficio igiene?”. Mama Ida, l’energica infermiera addetta alle registrazioni, si trasforma immediatamente in una brava animatrice sanitaria attraverso la danza ed il canto, ottima tecnica per insegnare ad avere cura dei piccoli. Dopo questa giornata così intensa, la notte mi giro e mi rigiro nel letto presso la Procura delle Missione degli Oblati. È difficile prendere sonno, non solo perché disturbato dalle musiche di un locale di ristoro adiacente alla parrocchia, ma anche per una serie di interrogativi, soprattutto pensando alla grande opera di coordinamento portata avanti con vera e propria passione da una piccola Davide: Antonietta. Molte le necessità: la tettoia non è sufficiente, occorre acquistare una casa o un terreno in cui costruire una struttura più adeguata al servizio richiesto, ampliare le attività sanitarie e di formazione sanitaria… La stanchezza fisica si fa sentire ed il sonno finalmente si avvicina. Quasi per abitudine “deposito” questi pensieri nelle mani di Chi tutto sa e tutto può, certo e sereno che anche oggi qualche goccia è caduta nell’oceano dei bisogni umani quale risposta concreta alla mancanza di dignità. Michele Resta
Kinshasa, 5 marzo 2009 Carissimi,
Questa vota mi son detta che vale la pena scrivere qualche notizia in più su come noi gestiamo i sostegni a distanza. Approfittando del viaggio in Italia di un Oblato, ho scritto quasi a tutti coloro che sostengono i ragazzi negli studi. Per tutti (tranne qualche caso isolato) è stato possibile aggiungere una foto recente, per alcuni c'è stato anche qualche piccolo saluto scritto direttamente dai ragazzi. Lavoro non semplice, perché qui occorre programmare le cose con molto anticipo, visto che gli imprevisti sono pane quotidiano: le distanze, la difficoltà dei mezzi di trasporto, una certa lentezza nel fare le cose, il rullino che fa cilecca.... Ma siamo arrivati a onorare quello che è un dovere nostro di informare in modo corretto e per tempo tutti i benefattori. Solo che, avendo scritto a mano, è stato impossibile scendere nei dettagli. Lo faccio ora con questa comunicazione. Come individuiamo i ragazzi da sostenere negli studi? E quali i criteri adottiamo visto che i bisogni sono sempre superiori alle possibilità di aiuto? Noi seguiamo due piste:
a)
le conoscenze personali: ci vengono presentati dei casi di
ragazzi di varia età che per situazioni familiari di povertà, di crisi
anche periodiche (che però poi diventano permanenti), sarebbero
costretti a interrompere gli studi perché non possono pagare le tasse
scolastiche; a volte la morte del papà fa piombare la famiglia in una
condizione di miseria improvvisa e diventa urgente intervenire per non
mortificare e condizionare negativamente l'avvenire dei figli. Spesso si stabilisce pian piano un rapporto di amicizia e si entra nel vivo delle situazioni personali e di gruppo e ci si trova a gestire altre necessità, a cercare di dare una mano perché la persona adulta (papà o mamma o sorella più grande) possa avere un piccolo commercio che la renda autonoma almeno per le necessità di base. Il tutto sempre con discernimento e nella certezza che non siamo noi a risolvere la povertà di questa gente: possiamo solo, insieme a voi e grazie a voi, renderla meno dura. b) le scuole: ne abbiamo individuate due, gestite da religiosi, entrambe in quartieri periferici e poveri, Mbudi e Selembao, dove ci vengono segnalati i casi di ragazzi che solo per problemi economici sarebbero costretti ad abbandonare la scuola. In questo caso ci si informa sulla situazione generale della famiglia, sul rendimento scolastico del ragazzo, e siamo noi direttamente che paghiamo le tasse scolastiche. Soprattutto per i ragazzi di Selembao, dal momento che sono nel quartiere in cui noi abbiamo il centro di salute, abbiamo anche stabilito che siano curati gratuitamente, e cerchiamo anche di far qualcosa periodicamente per le famiglie che sono estremamente povere. In tutti i casi, ormai è consuetudine, fornire l'uniforme scolastica, con tutto il materiale chiesto dalle scuole, agli inizi dell'anno. A Natale si dà un pacco viveri per la famiglia e, di fronte a bisogni sanitari urgenti, si interviene secondo possibilità. La porta di casa nostra è sempre aperta e vi assicuro che, in coincidenza con gli inizi di ogni trimestre, è abbastanza complesso regolare il... traffico, in modo che ognuno si senta accolto e che l'incontro non si risolva solo con la consegna del denaro. Per quanto riguarda le tasse scolastiche, occorre dire che non sono uniformi: variano anche in modo sostanziale; a volte superano l'ammontare che arriva trimestralmente dall'Italia, a volte, un po' più raramente, sono al disotto. L'eccedenza che c'è da una parte serve allora a equilibrare il meno che c'è dall'altra, per cui è come se tutti i ragazzi siano sostenuti da tutti i benefattori. Occorre aggiungere che solo così è possibile non far mancare niente a nessuno: è una comunione dei beni vissuta nel concreto. Normalmente noi accompagniamo negli studi sino alla scuola superiore, ma comincia a porsi il problema dei primi che hanno o stanno per finire e che potrebbero almeno fare i tre anni del corso di laurea breve. Qui la musica cambia, perché le spese aumentano; ma forse per qualche caso, dove c'è anche un rendimento scolastico buono, si può, se colui che fa il sostegno è disponibile a continuare, pagare solo le spese accademiche, sperando che per il resto ci sia anche una responsabilizzazione da parte della famiglia. Conosco dei giovani che, non dovendo pensare a queste spese, riescono a darsi sufficientemente da fare per poter far fronte al resto delle esigenze. A volte capita anche che la famiglia del ragazzo si trasferisca o... scompaia, o che il papà trovi un lavoro e che siano i datori di lavoro che si fanno carico degli studi dei figli. In questo caso proponiamo al benefattore il cambio di nominativo del ragazzo da sostenere. Ecco un po' qualche dettaglio su come noi gestiamo questo servizio. Per questa volta basta così. Aggiungo che ogni volta che ci si rende conto di come questi ragazzi stanno crescendo, di come si preparano ad affrontare la vita, pur coscienti che si potrebbe fare di più e meglio, c'è un grazie grande che nasce dal cuore per ognuno di voi, perché sappiamo che quello che voi condividete è il frutto di piccoli sacrifici e soprattutto del vostro amore per i più poveri.
Antonietta, Comi
Dal 7 di maggio ad oggi, mercoledì 28, Andreina ci ha fornito delle alterne notizie (riportate di seguito e che purtroppo hanno avuto un triste epilogo), sulla salute di una nostra cara amica, Fabiana. Vogliamo ricordare, con questa recente foto, Fabiana nella palestra del collegio durante un incontro di festa dei bambini (che lei ha tanto amato e ha servito sempre con tanta gioia), con i giovani italiani dell'MGC.
7 maggio 2008 Carissime/i ho ricevuto, dall'Uruguay, una richiesta di preghiere per una persona che abbiamo conosciuto e che continua ad essere molto vicina a noi: Fabiana Ferrari, ve la ricordate? Si trova ricoverata in Terapia Intensiva, per un'importante infezione polmonare di cui non si conosce ancora l'origine e che ha anche compromesso il fegato. La diagnosi non è ancora chiara. Fabiana ha 36 anni, è sposata ed ha un bambino di 20 mesi. Chiediamo all'eterno Padre, per l'intercessione di Sant'Eugenio, la sua guarigione e lo facciamo unendoci in preghiera con tutti gli altri, recitando alle ore 12 un' Ave Maria.
11 maggio 2008 Carissimi tutte/i, …continuiamo a pregare per la salute di Fabiana. Le sue condizioni sono ancora gravi e i medici non riescono a definire una diagnosi. Ci uniamo a quanti pregano per lei e imploriamo il miracolo per intercessione di P. Mario Borzaga.
16 maggio 2008 Carissime e carissimi tutti, ieri ho avuto notizie sulle condizioni di Fabiana. Prima di tutto vorrei chiarire che il coma è di tipo farmacologico, cioè indotto perchè possa sostenere il respiratore automatico, quindi è reversibile. Attualmente dopo una nuova serie di controlli, la situazione è la seguente: non si è arrivati a tuttora alla diagnosi tanto attesa, però Fabiana presenta qualche segno di miglioramento: non ha febbre, i suoi reni hanno ripreso a funzionare spontaneamente (prima era in dialisi), il cuore è in buono stato. Tutto questo con grande sorpresa del cardiologo, che ha commentato: "Oltre alla voglia di vivere che ha, si vede che c'è molta gente che prega per lei". In questi giorni dovrebbe fare una TAC. Continuiamo a pregare e sperare, sostenendo così Fabiana e la sua famiglia e... non desistiamo di chiedere il miracolo a P. Mario Borzaga e al catechista Paolo.
27 maggio 2008 Carissime/i, ho appena ricevuto notizie sulla salute di Fabiana e ve le comunico. In questi giorni, dopo qualche miglioramento, la situazione è peggiorata. Si era pensato di realizzare la tracheotomia per poter togliere il respiratore, ma non è stato possibile perchè c'erano difficoltà per la coagulazione. Inoltre aveva ripreso la dialisi. Attualmente la situazione si è aggravata, i medici non possono fare altro e sembra che sia compromesso anche il cervello nel lato sinistro. Continuiamo a pregare e ad affidare tutto a Dio.
28 maggio 2008 Carissimi tutti, da poco ho ricevuto la notizia che Fabiana è partita per il cielo; dopo queste ore vissute con tante complicazioni il suo cuore non ha retto. Chi l'ha conosciuta ricorderà molto bene il suo grande amore per S. Eugenio e il suo carisma, e allora non sarà certo un caso che sia partita proprio in questa settimana di preghiera per le vocazioni oblate. Preghiamo il Signore perchè l'accolga tra le sue braccia di misericordia e dia la forza e la consolazione necessaria alla sua famiglia, a quanti l'hanno potuta conoscere e apprezzare. Andreina
BREVISSIME dalle nostre MISSIONI Dal Congo Le COMI Joséphine e Josée il 30 marzo hanno partecipato alla giornata degli Istituti Secolari, con la presenza di un incaricato della Conferenza episcopale: un passo avanti verso la realizzazione di un coordinamento che aiuti anche a chiarire in loco l’identità della consacrazione secolare. Purtroppo è crollato il muro esterno di entrata al centro Siloé: fortunatamente è successo di notte e quindi senza pericolo per le persone. Ora va riparato. Il contratto per Siloé è scaduto e si sta cercando di rinnovarlo almeno per un altro anno. La corrente elettrica è più che mai... assente; Joséphine e Josée sono da circa 15 giorni consecutivi senza luce, con un bel caldo.
Dall’Uruguay Le COMI Veronica e Isabel stanno bene e hanno cominciato a pieno ritmo il nuovo anno sociale. Veronica porta avanti il suo lavoro nel Progetto “Talitakum” con molto entusiasmo e impegno. Isabel continua la sua animazione con i giovani, con i quali ha vissuto anche l’esperienza della “Pasqua giovane” che prevedeva due giorni di ritiro.
Aggiornamento di Antonietta sulla Missione di Kinshasa Roma, 5 febbraio 2008 Carissimi, un caro saluto a tutti e a ciascuno. Sono rientrata a Roma il 20 gennaio. Il viaggio è andato bene, a parte il fatto che siamo arrivate a Bruxelles con un’ora di ritardo, abbiamo perso la coincidenza e abbiamo dovuto aspettare quasi cinque ore in aereoporto: un’occasione per fare amicizia con altri viaggiatori e anche per abituarsi al freddo dell’Europa. A Kinshasa avevo lasciato una temperatura di 31°, nonostante la pioggia. Questo rientro è legato soprattutto alla partecipazione ad una sessione di formazione, ma poi, dal momento che non è che si possa andare su e giù più volte in un anno, ho messo in conto anche un po’ di “riposo” (parolina un po’ inadatta a ciò che si fa quando si rientra, ma che serve a concentrare tutto: visita ai familiari, contatti con gli amici, controlli sanitari, rinnovi dei documenti e dei vaccini... insomma... un riposo che alla fine ne esigerebbe un altro più reale). Ovvio che, a parte la sensazione di essere un po’ nell’aria (come si notano i cambiamenti, in tutti i settori, nel bene e nel male, in questa patria che la lontananza rende cara in modo diverso!), insieme al ricordo costante per chi è rimasto a Kinshasa, c’è la gioia del ritrovare le persone con cui ho percorso tanta strada e condiviso l’ideale di vita. L’amicizia si rigenera, e rigenera. Bene, lo scopo di questa lettera è di raccontarvi qualcosa di questi ultimi due mesi in missione. Kinshasa sembra un cantiere: sia perchè le piogge hanno originato molti smottamenti e si vedono terra e buche dappertutto, sia perchè effettivamente sono iniziati dei lavori sulle strade, sia perchè c’è un incremento delle costruzioni. Un ministro recentemente ha dichiarato che un segno che lo stato comincia a funzionare è che c’è stato un risveglio delle azioni sindacali, con conseguente sciopero ad oltranza del personale sanitario e dei professori universitari... Punti di vista! Certo è che c’è malcontento un po’ dappertutto e che non c’è la pazienza dell’attesa di un eventuale “nuovo” che richiede tempo, coraggio e onestà: la gente è stanca, ma ho l’impressione che anche qui circoli la stessa aria. Il 2 febbraio c’è stata la cerimonia ufficiale dell’insediamento del nuovo arcivescovo di Kinshasa, Mons. Laurent Monsengwo Pasinya, già arcivescovo di Kisangani. È un nuovo capitolo che si apre nella storia della Chiesa congolese, che avrà delle inevitabili ripercussioni anche sulla realtà sociale della capitale e che speriamo indichi percorsi più coraggiosi anche in ordine alla nuova evangelizzazione. Abbiamo vissuto il Natale in un bel clima di condivisione con i nostri fratelli: non sono mancate le occasioni per restare desti e cogliere il senso dell’incarnazione dell’amore attraverso le richieste concrete di atti di amore, di servizio ai più poveri, di cuore aperto all’accoglienza. Come molti già sanno, c’è stata anche l’accoglienza di un neonato abbandonato, che dopo un po’ abbiamo affidato alle suore di madre Teresa. Tanto abbiamo potuto fare grazie al vostro aiuto. Certo, per esprimere la gratitudine le parole sono sempre le stesse, ma vi assicuro che ogni volta c’è un di più di lode al Signore perchè il vostro condividere non è frutto dell’entusiasmo passeggero, ma è una scelta che si rinnova ogni giorno, con una costanza che dà consistenza ai nostri interventi e ci permette di accompagnare i nostri fratelli più poveri in un processo di crescita umana e spirituale che ha bisogno di tempo. Credo sia giusto darvi un po’ di dati, che sono inevitabilmente un po’aridi, facendo insieme un piccolo esercizio di ...conversione: dopo aver letto i numeri convertiamoli in volti e in nomi. Così, almeno spero, sarà più semplice sentirsi accanto e dentro questa realtà.
A) Il dispensario – centro Siloé – continua il suo servizio nel quartiere di Bumbu-Selembao: abbiamo un nuovo infermiere responsabile che ha dato un tocco di maggiore competenza al lavoro degli infermieri e questo aiuta tutto il personale a sentirsi a proprio agio e a lavorare bene. La maternità è stata dotata di zanzariere per ogni letto, di nuovo materiale di piccola chirurgia. La novità più grossa è che ogni mamma che viene per la consultazione prenatale (tutto il tempo della gravidanza sino al parto) viene sottoposta gratuitamente all’analisi per l’Aids, e che siamo arrivate a convincere anche i mariti a fare la stessa cosa: un lavoro paziente e difficile di sensibilizzazione che comincia a dare i suoi frutti, perchè c’è una consapevolezza nuova e si affronta anche la malattia con più coraggio e speranza. Ciò non esclude dei rischi: un’infermiera, durante un prelievo, si è punta e ora è sotto terapia preventiva, perchè non è ancora accertato se la persona trattata era ammalata (occorre ripetere gli esami per almeno 6 mesi). Quest’anno, grazie ad un po’ di aiuto avuto dall’ambasciata d’Italia, abbiamo potuto fare, da ottobre a dicembre, una distribuzione quindicinale di riso a tutti gli ammalati di tbc (circa 100) e alle mamme della maternità. In occasione delle feste abbiamo distribuito a ognuno un pacco viveri (5 kg di riso, pollo, sale, scatole di conserva). La nostra casa si è trasformata per due settimane in deposito di merci e confezioni pacchi.
B) Intervento per i bambini malnutriti nell’anno 2007:
Continua l’intervento settimanale con fornitura di cibo e di razione secca (da portare a casa) 3 volte la settimana. È uno spettacolo vedere come certi bambini mangiano la loro zuppa: con metodo, per non versarne neanche una goccia, senza fretta... Si vorrebbe fare sempre di più, e quest’anno abbiamo potuto distribuire per Natale una buona quantità di riso, soia, granturco, olio, zucchero, sale, conserva di pomodoro, pollo. Tra indigenti e bambini malnutriti, la spesa delle medicine che forniamo gratuitamente si aggira mensilmente sui 100/150 $. In dicembre abbiamo raggiunto un record di 250$.
C) Intervento al campo dei rifugiati di guerra: pranzo di Natale per oltre 150 bambini e per la comunità di adulti. La nostra presenza avviene in collaborazione con gli Oblati di Kinshasa ma è sporadica a causa della distanza e della difficoltà di raggiungere il campo durante la stagione delle piogge. Molti rifugiati sono rientrati,con l’aiuto del governo, nei villaggi di origine, altri, che non hanno più membri della famiglia con cui ricongiungersi, probabilmente anche a causa del persistere di una certa insicurezza, preferiscono restare nella capitale, ma presto saranno obbligati a cercare un altro luogo in cui abitare perchè il campo verrà distrutto.
D) Sostegno a distanza e aiuto alle famiglie. Nel corso del 2007 due ragazze hanno concluso i loro studi brillantemente: Bibiche B., corso di laurea breve in taglio e cucito, e Bijoux M., scuola secondaria sez. taglio e cucito. In quest’anno abbiamo organizzato una piccola attività - vendita del pane - per una ragazza madre e iscritto la figlia, Marie Perpetué, alla scuola materna. Seguiamo entrambe ormai da 5 anni e quest’anno ci è sembrato di cogliere un senso nuovo di responsabilità nella giovane mamma. Abbiamo dato la possibilità di andare a scuola a due sorelline che vivono in un piccolo villaggio all’interno: a nove anni si sono iscritte alla prima elementare. Continuiamo i sostegni in corso : 8 alunni di scuola materna, 22 di scuola primaria, 18 di scuola secondaria (2 ragazzine hanno ben concluso il primo ciclo e hanno iniziato la prima sec.; 2 stanno ripetendo la classe per motivi di salute), 5 universitari, 1 seminarista. Con questi alunni e studenti e con le loro famiglie cerchiamo di mantenere dei rapporti abbastanza costanti. Ultimamente ci siamo chieste come fare in modo da offrire un sostegno in più, non tanto a livello economico ma come supporto nell’azione formativa: la riflessione è in corso e vi faremo sapere se ci sono degli sviluppi. L’obiettivo è sempre quello di aiutare i ragazzi e i giovani a acquisire una formazione umana e una competenza professionale, ma abbiamo capito che non basta pagare gli studi, perchè occorre un supporto che argini la scarsa qualità dell’insegnamento, statale soprattutto, la sempre più accentuata perdita dei valori e l’offerta di modelli di vita che non favoriscono una crescita responsabile e matura. Queste realtà sono un po’ la punta dell’iceberg: sotto c’è una base fatta di quotidiano vivere accanto alla nostra gente, nella semplicità, nelle difficoltà che toccano tutti, nel tentativo di vivere coerentemente con il vangelo, nell’impegno a non far spegnere la fiamma della speranza, nell’accoglienza della piccolezza delle nostre risposte ai mille bisogni che si presentano al nostro cuore e alla nostra intelligenza. È un cammino che facciamo insieme, con il contributo prezioso della vostra fatica, della vostra perseveranza, del vostro fidarvi, del vostro condividere, del vostro offrire gioie e sofferenze, in una economia che è sempre miracolosamente in attivo, perchè l’Amore non si esaurisce mai. Un caro saluto e ancora grazie anche per essere arrivati sino in fondo a questa lettera. Ciao Antonietta _________________________ Antonietta Mongiò c/o COMI via G. Tarra,20 – 00151 Roma tel. 06-5827941 e-mail: a.mongio@virgilio.it
CIAD N’DJAMENA : CIVILI FUGGONO IN CAMERUN, TESTIMONIANZE DA OLTRE FRONTIERA “Anche oggi vediamo la gente in fuga dal vicino Ciad arrivare qui a Kousseri. Per il momento è ancora impossibile stilare un bilancio certo dei profughi, secondo le nostre stime ancora approssimative potremmo essere già nell’ordine dei 40-45.000”: lo dice alla MISNA Georges Alain della Croce Rossa del Camerun, inviato nella cittadina di frontiera per seguire l’emergenza dei profughi ciadiani che continuano il loro esodo con ogni mezzo di trasporto possibile lungo il ponte di Nguéli, che unisce i due paesi, dopo gli intensi combattimenti avvenuti nel fine-settimana a N’Djamena. “La gente è stipata in alloggi di fortuna, sotto le verande dei negozi, sotto gli alberi o lungo le strade all’aria aperta. In città stanno arrivando altre organizzazioni umanitarie e si attende un carico di viveri e beni di prima necessità messo a disposizione dal Programma alimentare mondiale che dovrebbe giungere a ore da Garoua” aggiunge il nostro interlocutore. Secondo testimoni, Kousseri, con una popolazione di circa 230.000 abitanti, è letteralmente invasa dai profughi ciadiani, ma i primi bilanci divergono: i dati forniti dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur/Unhcr) parlano di 20.000 persone che avrebbero trovato riparo presso case di parenti o conoscenti, nelle scuole e in piccoli alberghi, mentre altri si sarebbero invece accampati lungo il ponte che attraversa il fiume Chari, collegando la periferia sud-occidentale di N’djamena con quella nord-orientale di Kousseri; fonti giornalistiche del Camerun si avvicinano invece più alle stime della Croce Rossa nazionale e parlano di quasi 50.000 profughi giunti oltre frontiera. Riguardo ai rifugiati ciadiani, anche Maurizio Giuliano, portavoce dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) in Ciad, non ha ancora dati certi: “Sono decine di migliaia – dice alla MISNA – ma il numero esatto non possiamo saperlo. In questo momento non siamo ancora in grado di dare l’assistenza necessaria ma i soccorsi sono sulla strada, gli operatori umanitari sono già partiti e con loro gli aiuti di prima necessità. Molto presto – aggiunge Giuliano - saremo operativi”.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
5/2/2008 15.18
TERREMOTO: MIGLIAIA I SENZA TETTO IN CONGO, SALE BILANCIO VITTIME “Per la seconda notte consecutiva la maggior parte degli abitanti di Bukavu ha dormito all’addiaccio, rispettando le raccomandazioni delle autorità locali. I danni materiali sono importanti e saranno valutati oggi anche da una delegazione ministeriale venuta da Kinshasa”: dice alla MISNA padre Justin Nkinzi, della commissione Giustizia e pace di Bukavu, capo-luogo del Sud-Kivu colpito domenica da una forte scossa di terremoto che ha provocato la morte morte di cinque persone, dato che un bambino, conteggiato ieri nel bilancio dei morti, sarebbe invece stato ritrovato sano e salvo. "Sappiamo che 200 feriti sono ricoverati, ma molti non si sono recati in ospedale. Le conseguenze del sisma saranno pesanti nei prossimi giorni per le famiglie che vivono di piccolo commercio e che non potranno lavorare e causa delle ferite o delle distruzioni” ha sottolineato padre Nkinzi. "Stamani – ha aggiunto – l’arcivescovo, monsignor Xavier Maroy Rusengo, ha celebrato una messa chiedendo la solidarietà di tutti, a livello locale, per aiutare a superare le difficoltà”. Secondo una valutazione di agenzie umanitarie operanti sul posto, circa 4500 persone sono senza tetto nella zona di Bukavu.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
4/2/2008 11.06
TERREMOTO: NOTTE ALL’ADIACCIO, IN CONGO SI CONTANO I DANNI "Tutti gli abitanti di Bukavu hanno trascorso la notte fuori casa, rispettando l’invito del comune a non stare vicini agli edifici. Si respira un’atmosfera mista tra paura, tristezza e nervosismo. La terra ha tremato ancora diverse volte durante la notte e leggermente questa mattina. Stiamo aspettando che la natura si calmi”: così padre Jean-Paul Bahati, missionario barnabita congolese, racconta alla MISNA il clima che si respira a Bukavu, capo-luogo del Sud-Kivu (nord-est della Repubblica Democratica del Congo), dove ieri un sisma ha provocato la morte di almeno sei persone, tra cui cinque a Bukavu e un bambino a Kabare (circa 20 chilometri a nord da Bukavu). "Alcune fonti parlano di una ventina di vittime, ma resta ancora da verificare. La cosa certa è che i quattro principali ospedali della zona sono colmi a causa del gran numero di feriti ricoverati” ha aggiunto il missionario originario di Bukavu. Le autorità comunali hanno chiesto un aiuto umanitario, sopratutto tende, coperte e medicinali, per gli sfollati ancora da censire. Secondo l’Osservatorio vulcanologico di Goma (Nord-Kivu, nord-est del Congo), il sisma di ieri, con magnitudo 6 sulla scala Richter, è stato uno dei più intensi mai registrati nella regione.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
4/2/2008 15.04
PRIMA MESSA ARCIVESCOVO DI KINSHASA, “RISPLENDETE E COLTIVATE LA GIUSTIZIA” "Il popolo congolese deve risplendere della luce di Cristo, coltivando i valori di giustizia, verità e carità”: sono state le parole di monsignor Laurent Monsengwo Pasinya, nuovo arcivescovo di Kinshasa, nella sua prima messa celebrata ieri davanti a circa 60.000 fedeli convenuti allo Stadio del Martiri della capitale per assistere alla celebrazione. Durante la celebrazione, l’arcivescovo è stato informato, e ha informato a sua volta i fedeli, del terremoto che aveva colpito in quelle ore l’est del paese, presentando le sue condoglianze a monsignor Xavier Maroy Rusengo, arcivescovo di Bukavu. "Tutti insieme – ha detto l'arcivescovo – faremo in modo che i feriti e chi ha avuto delle perdite ricevano una parte dei soldi raccolti durante dell'offertorio di oggi”. Durante il suo insediamento quale guida della diocesi di Kinshava svoltasi sabato scorso nella cattedrale di Nostra Signora del Congo, monsignor Monsengwo – che è anche presidente della Conferenza episcopale – aveva formulato un appello alla pace nell’est del paese: "Fermate le guerre e liberate definitivamente la pace. Impegnatevi sempre nei processi di perdono e riconciliazione, per la verità e la giustizia”, era stato il suo messaggio a tutti i belligeranti, auspicando che l’intesa firmata a Goma (Nord-Kivu) meno di due settimane fa sia “un faro luminoso e non spento sulla via di una pace duratura. Nessuno osi rendersi colpevole di trascinare il nostro paese in un ciclo di guerre etniche di qualunque dimensione” aveva detto il presule. “Kinshasa, alzati e risplendi della luce di Cristo” è stato l’appello del nuovo arcivescovo agli abitanti della capitale.
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